mercoledì, 03 maggio 2006
di A. Ermini
IL GRANDE SILENZIO
di Philiph Groning
Germania 2004
Premio della Giuria Sundance Festival
Premio della Critica. Berlino 2006
“Noi pensiamo che dovremmo modellare le nostre vite da soli, che questo ci dia la libertà. Questo è il motivo per cui tanta gente ha paura. Il monastero è un luogo libero dalla paura. Ognuno ha fiducia che Dio gli provvederà”, ha dichiarato Philip Groning dopo la straordinaria esperienza di sei mesi vissuti nella Grande Chartreuse, sulle Alpi francesi fra Grenoble e Chambery, per girare, dopo quindici anni di attesa, il suo film sulla vita dei monaci certosini, l’ordine più severo della Chiesa cattolica.
Film anomalo, fatto di silenzi, di rare e soffuse conversazioni nei momenti deputati alla socializzazione dei monaci, di immagini ripetute come gli eterni rituali di cui è fatta la vita nel convento. Neanche la musica si intromette a distrarre lo spettatore, essendo la colonna sonora costituita unicamente dai suoni esterni della natura, dai rumori fatti dagli oggetti di uso quotidiano e dagli splendidi canti gregoriani che ci ridanno intatta la dimensione verticale del rapporto fra l’uomo e Dio ed evocano il vertiginoso slancio verso l’alto delle cattedrali gotiche.
Sbaglierebbe però chi pensasse la spiritualità dei certosini come svalutazione delle cose materiali. Al contrario, è proprio la scelta di sobria povertà che fa loro considerare preziosi anche gli oggetti più piccoli, dono divino mai da gettare con indifferenza. E’ per questo motivo che ogni cosa ha il suo posto e che anche i bottoni e la stoffa dei sai appartenuti a monaci morti vengono conservati e riutilizzati, a significare continuità e passaggio di testimone nella incessante ricerca dell’anima e della verità di Dio.
Sbaglierebbe anche chi si figurasse i monaci come uomini austeri e chiusi al sorriso. La scena dei più giovani che si divertono ingenuamente scivolando sulla neve rimanda al fanciullo, alla frase di Gesù che attribuiva loro il regno dei cieli, ed alla necessità di non uccidere il puer dentro di noi per non perdere la speranza.
L’alternarsi dei momenti di vita in comune (le funzioni in Chiesa, le passeggiate, i pasti in comune) con quelli di preghiera e meditazione individuale, sottolinea come l’esperienza religiosa, nel suo “colloquio” con Dio, non può rimanere confinata soltanto nell’intimità dell’individuo, ma deve necessariamente avere una dimensione collettiva, comunitaria. Individuo e comunità si alimentano vicendevolmente traendo senso e forza l’uno dall’altro, entro un ordine simbolico in cui ognuno ha il suo posto e nel quale la parola cede il passo alla potenza del silenzio. Nella comunità maschile dei monaci la comunicazione più vera e profonda passa attraverso il Sacro, non necessita di troppe parole; piuttosto di gesti silenziosi densi di amore e umana pietà verso il fratello, così che è anche attraverso la cura e la sollecitudine dell’uno verso l’altro che si manifesta la provvidenza divina di cui parla Groning nella dichiarazione riportata all’inizio.
Gli spazi della Grande Chartreuse, i suoi tempi e ritmi di vita così diversi da quelli a noi abituali , la sua lontananza dal mondo della “civiltà”, istituiscono infine un senso parallelo e analogo a quello attribuibile alla wilderness. Luoghi, è vero, molto diversi. Nell’uno si cerca lo spirito, nell’altro scorre una vita istintuale e per questo anche tumultuosa. Li accomuna però l’essere testimonianza di una vita che si muove, ed anche si trasforma, secondi ritmi non imposti dall’onnipotenza dell’uomo. E se è vero che siamo fatti di corpo e anima, di materia e di spirito, la loro esistenza diventa condizione per potere pensare al senso della nostra, apre alla possibilità di un altro mondo, o meglio di un mondo altro. A condizione che non li si vedano come curiose sopravvivenze , oasi protette ad uso degli studiosi della natura e degli antropologhi.
postato da: arermini alle ore 21:48 |
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sabato, 29 aprile 2006
di A. Ermini
“Il Foglio” del 22 aprile 2006 ospita in prima pagina un’intervista al prof. Harvey C. Mansfield, autore di una recente pubblicazione dal titolo Manliness (Virilità) (Yale University Press, 2006). Il prof. Mansfield definisce la virilità come fiducia in una situazione di rischio il quale può essere tanto un pericolo quanto una situazione di competizione in cui si contesta l’autorità del soggetto coinvolto…L’uomo virile - scrive – è precisamente quello che non cambia il proprio comportamento a seconda delle circostanze e non ricorre all’inganno. La virilità esiste in natura come desiderio di affermazione che si manifesta anche con un potenziale aggressivo, tuttavia oggi svalutato dagli studi scientifici come prepotenza di bassa lega. E’ per questo motivo che, per risalire alla nozione complessiva di virilità, più che alla scienza ci si deve rivolgere alla letteratura (Omero, Hemingway…).
Oggi, ed è la tesi centrale del libro, questa virilità è disoccupata. Lo è perché per la prima volta nella storia stiamo sperimentando una società neutrale rispetto ai generi, che si propone di annullare le differenze sessuali e quindi non definisce i tuoi diritti, i tuoi doveri e sicuramente non il tuo posto… Non esiste alcun impiego onesto o onorevole per gli uomini virili. Così la virilità, e ovviamente anche la femminilità, non sono più modelli che possono guidare il nostro comportamento.
E’ evidente l’analogia col pensiero di Ivan Illich sulla scomparsa del genere vernacolare, ma mentre Illich faceva derivare la neutralità dalle necessità del processo produttivo, e quindi dall’industrialismo, Mansfield mette piuttosto l’accento sulla filosofia moderna, in particolare sulla filosofia politica, secondo la quale gli uomini sono troppo orgogliosi e il loro orgoglio li conduce al terrore e a vani conflitti, soprattutto per questioni religiose. Per contrastare queste tendenze gli esseri umani dovrebbero pensare a se stessi come esseri dotati di diritti, in particolare del diritto all’ autoconservazione o alla vita o alla libertà, anziché concentrarsi sulla dignità e l’orgoglio.
Si ammette comunemente che regimi sociali e stili di vita diversi influenzano la virilità, ma l’errore di base di questi studi sta nel vedere una dicotomia tra ciò che è naturale e ciò che è culturale o politico, quando invece sono un binomio, in cui il politico perfeziona o storpia il naturale.
Da questa affermazione ci sembra discendano conseguenze importanti: se l’elemento naturale e quello culturale vengono giustapposti, e se si affida al culturale il compito di “correggere” il naturale, si arriva direttamente al concetto di “rieducazione”, che sarà necessariamente rivolta ai maschi in quanto portatori di caratteri considerati in sé negativi. Non si tratta più di mettere al servizio della comunità le caratteristiche naturali degli uomini, ma di estirparle in favore di una visione della vita dominata dal concetto femminile di autoconservazione. Quando parliamo di femminilizzazione e di dominanza dell’archetipo grandematerno nelle società moderne, ci si riferisce proprio a questo, non certo al numero di donne che fanno carriera professionale. Non deve stupire allora il disagio maschile, il non sapere più “come deve essere un uomo”, né che l’aggressività negata e rimossa esploda poi in modo incontrollato.
Sono spunti interessanti, di fronte ai quali lascia perplessi la parte dell’intervista in cui Mansfield sostiene che il nichilismo delle società moderne non elimina la virilità, ma anzi la intensifica. Dice Mansfield: Il motivo è che la virilità ama le situazioni in cui si trova ad essere la fonte suprema di significato. Quindi più assediato si sente l’uomo, più virile diventa… Il nichilismo attrae la virilità perché quest’ultima ama il dramma, in particolare quelle situazioni in cui l’uomo virile è l’unica fonte di significato, in cui egli è assediato da ogni parte e non può appoggiarsi a nessuno perché tutto dipende da lui.
Ora, poiché il nichilismo domina la modernità, come si concilia l’intensificazione della virilità con la sua “disoccupazione”? L’unica risposta possibile, ci sembra, è che il nichilismo, proprio perché toglie ogni possibilità di significato, intensifica nel maschio proprio quella virilità ctonia, inferiore, che Mansfield stigmatizza. L’uomo si è sempre confrontato con la verità e ne ha sempre ricercato la fonte fuori da sé. Ha fondato religioni ed elevato templi proprio perché cosciente che non tutto dipende da lui, e la virilità non ne ha mai sofferto, anzi.
Col concetto di virilità nichilista (estrapolato da Nietzsche) si è confrontato, secondo Mansfield, anche il movimento femminista (Simone de Beavuoir), per elaborare la tesi dell’autodeterminazione dell’identità femminile. Mentre solo l’uomo si pensava come essere trascendente (inteso come autosufficiente), ora può pensarsi tale anche la donna. Il che è vero, ma sono proprio gli esiti catastrofici dell’autoreferenzialità dei generi (perdita di senso, incomunicabilità, mancanza di un principio unificante forte), che dovrebbero far riflettere sulla necessità, e sul bisogno, di cercare un riferimento altro, ossia di rinunciare all’onnipotenza. Altra cosa sarebbe stato dire che femminile e maschile dovrebbero confrontarsi con la propria parte controsessuale (animus nella donna, anima nell’uomo), per integrarla dentro di sé con lo scopo non di deprimere o castrare, ma anzi di esaltare la femminilità e la virilità.
L’accenno al femminismo introduce all’ultimo, inevitabile argomento della posizione delle donne nella società. Mansfield, a riguardo, parte da alcune osservazioni: da una parte sostiene che molte donne, nutrendo risentimento verso gli uomini e volendo affermare la loro parità con l’altro sesso, cercano di non farli sentire importanti. Dall’altra, lo studioso critica il modo con cui si è declinato il concetto di parità. Le donne sono importanti quanto gli uomini, solo in un modo diverso. Desiderano essere importanti, in particolare per il loro uomo, non tanto in senso astratto e universale. Osservazione molto vera, dalla quale fa discendere una interessante proposta tesa a superare le contraddizioni fra i generi, e fondata su una revisione dei concetti di pubblico e privato.
Non vogliamo tornare alla nozione che le donne appartengono alla sfera del privato, mentre gli uomini a quella del pubblico… non vogliamo riportare le donne in casa e chiudercele dentro. Le donne, sostiene il professore, sono in grado di svolgere perfettamente vari lavori e non si confà più loro una dimensione esclusivamente privata.
Quindi non dobbiamo tornare indietro a tracciare il confine fra pubblico e privato in base al sesso, tuttavia dobbiamo separare il pubblico e il privato, perché nel pubblico dobbiamo offrire pari opportunità di carriera a donne e uomini, senza però aspettarci che tali carriere siano esattamente uguali per entrambi. C’è in questa tesi, al tempo stesso, il riconoscimento della libertà femminile e la sottolineatura di una forzatura ideologica che ci sembra stia inquinando la vita sociale, ossia che i due generi debbano necessariamente avere gli stessi interessi, gli stessi obbiettivi, gli stessi scopi nella vita. Fatto proprio questo assunto, peraltro contraddetto sia dalla psicologia che dalle ricerche sociologiche, ne discende che, ogni qualvolta la distribuzione dei posti di “potere” risulta non omogenea fra maschi e femmine, la causa è da attribuirsi alla prevaricazione maschile. Da qui tutti quei provvedimenti, le così dette “azioni positive”, tesi a rendere uguale per legge la presenza di uomini e donne in determinati posti (dalle istituzioni parlamentari fino alle direzione di aziende private come in Norvegia), che hanno la curiosa caratteristica di prescindere dalle donne reali. Secondo Mansfield, invece, nella sfera del privato dobbiamo tenere conto delle differenze fra i sessi per quanto riguarda la virilità, la riservatezza delle donne e la loro dimensione domestica.
Manca, è vero, ogni riferimento ai ruoli e alle funzioni paterne e materne, che pure sono costitutivi dell’essere maschi o femmine, però l’impostazione del tema uguaglianza/differenza fra i generi appare molto convincente.
postato da: arermini alle ore 21:05 |
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giovedì, 27 aprile 2006
di A. Ermini
Il leader spagnolo Zapatero non si ferma più. Dopo la campagna per la parità dei diritti di donne, gay, trans, ora vara il progetto "Grande Scimmia" che prevede il conferimenti a questi primati di alcuni diritti fondamentali. Uno dei fondatori del progetto è il bioeticista australiano Peter Singer, il famoso professore che ritiene auspicabile non far nascere o sopprimere appena nati i bambini carenti di facoltà mentali o capacità di vita emozionale, secondo certi (suoi) parametri. Secondo Singer le scimmie possiedono quelle caratteristiche in misura sufficiente a giustificare la loro inclusione nella "comunità degli uguali".
Naturalmente purchè siano grandi. Per Singer e Zapatero, evidentemente, quelle piccole non sono degne, come non sono degni gli embrioni o certi feti umani.
C'è una ammirevole coerenza in tutto ciò. A quando il diritto di voto e la rappresentanza parlamentare a quelle più grandi? Un tempo potevano votare solo i maschi con un reddito elevato. Fra breve anche le scimmie oltre un certo numero di chilogrammi. Come dire, dal pesos al peso.
postato da: arermini alle ore 23:07 |
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martedì, 25 aprile 2006
di Armando Ermini
Il 26 aprile 1986 accadde il disastro nucleare di Cernobyl (Ucraina), che tutti ricordiamo. Dopo l'esplosione del reattore, centinaia di pompieri e operatori della centrale si esposero alle radiazioni mortali per cercare di spegnere l'incendio. Piloti di elicottero sorvolarono a più riprese il reattore per gettare al suo interno tonnellate di sabbia, cemento e piombo con lo scopo di fermare la reazione nucleare. Quegli uomini, quei maschi, non sapevano di rischiare, sapevano con sicurezza che sarebbero morti. Eppure l'hanno fatto, e col loro sacrificio hanno salvato un grande numero di vite a Cernobyl e evitato che la nube tossica incontrollata arrivasse fino a noi, nel cuore dell'Europa, con conseguenza disastrose.
Vogliamo ricordare commossi quegli eroi, quegli uomini coraggiosi che mostrarono il meglio del maschile, la capacità di sacrificarsi per gli altri, gratuitamente.
Il loro sacrificio dovrebbe essere ricordato dai governi e dai popoli, e celebrato nelle scuole come esempio per i giovani maschi e additato all'ammirazione di tutti. E' così che si costruisce il sentimento di identità, il senso di sè, e si contribuisce alla concordia fra i generi.
La storia di Cernobyl è raccontata nel libro di Grigori Medvedev, "Dentro Cernobyl", meritoriamente pubblicato nel 1996 da un piccolo editore, La Meridiana di Molfetta.
postato da: arermini alle ore 22:59 |
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giovedì, 13 aprile 2006
di Armando Ermini
IL CAIMANO
di Nanni Moretti, con Silvio Orlando e Margherita Buy
Italia 2006
I film che parlano di “politica” suscitano sempre discussione e opinioni opposte. Il Caimano non fa eccezione e vista la biografia politica dell’autore è quasi ovvio ci sia un concentrato di tutti gli argomenti che sono stati usati contro il "caimano" Berlusconi.
Mi sembra però che sia la parte più scontata e meno significativa del film. Moretti ci parla soprattutto di un’Italia in via di trasformazione, che cambia (o perde) identità, e del disorientamento che ne deriva. Il cambiamento e la figura del Caimano sono certamente in relazione, ma non in rapporto di causa/effetto come vorrebbe la lettura politicamente corretta del film. Il Caimano non è solo il motore del cambiamento ma anche un suo prodotto. E’ in questione, cioè, la modernità in quanto tale più che un personaggio.
Le vicende politiche si intrecciano con quelle personali, ma i fenomeni che coinvolgono i personaggi e ne sanciscono la crisi, non sono prettamente italiani. Sono comuni a tutto l’Occidente, e quindi molto al di là della persona Berlusconi.
Si tratta della crisi e della dissoluzione della famiglia, dell’emergere di nuove forme di unione e di una genitorialità sganciata dal concetto naturale di padre e madre.
E’ sempre Silvio Orlando (lo stesso Moretti?), al centro delle scene.
Dapprima quando chiede angosciato alla moglie (Margherita Buy) ed a se stesso, il perché si stanno separando. Non c’è un motivo preciso, non si odiano anzi sembrano ancora affezionati, vogliono bene ai figli, sono consapevoli che stanno soffrendo causa loro, eppure si separano lo stesso, su iniziativa di lei.
Successivamente quando ammette molto candidamente, ma anche con efficacia comunicativa, che non riuscirà mai a capacitarsi del fatto che una coppia lesbica si faccia inseminare per avere una figlia.
Ossia: il protagonista manifesta tutto il suo disagio di fronte a fenomeni non solo difficilmente attribuibili al Caimano, ma che proprio la parte politica a cui Moretti si riferisce accetta come portato naturale della modernità e della secolarizzazione, quando non incentiva in nome dei diritti civili e della libertà individuale.
Ora, o è la figura di Silvio Orlando ad essere patetica in quanto non al passo coi tempi, ma allora viene rivalutato anche il Caimano, oppure c’è una critica implicita, anche forte, alle posizioni assunte dalla sinistra su questi temi. Se ne accorge il critico cinematografico del quotidiano Liberazione, che infatti è perplesso in quanto sembra a lui che Moretti adombri implicitamente una rilegittimazione della Chiesa come punto di riferimento in tema di famiglia e genitorialità.
Ed ha ragione. Non vi sono dubbi, infatti, che coloro che vedono i guasti prodotti dalla dissoluzione concettuale e pratica dell’istituto familiare, siano laici o cattolici, credenti o non credenti, dovranno inevitabilmente fare i conti con chi quei guasti li ha visti e denunciati prima di tutti.
domenica, 09 aprile 2006
di Armando Ermini
Avvenire del 6 aprile ci informa con un articolo di Maria Giovanna Bensi che, secondo le dichiarazioni alla Duma da parte del ministro della sanità Mikail Zurobov, ogni anno in Russia ci sarebbero circa 1.600.000 aborti, pari al 70% delle gravidanze, comunque in calo rispetto ai 2.400.000 di qualche anno addietro.
Cifre enormi, che hanno però un riscontro con quanto accade in Italia alle donne immigrate da quei paesi. Spiega Patrizia Bardelloni, assistente sociale di un consultorio della periferia romana: "I comportamenti delle immigrate cambiano se vengono da un paese dove l'aborto era legale o illegale ...... L'ondata di donne dei paesi dell'Est ha portato a numeri molto alti. Ci sono donne che a venticinue anni hanno già fatto 12 o 15 aborti. .......da loro basta andare al pronto soccorso per risolvere il problema."
(Fonte: "La colpa delle donne" di Ritanna Armeni. Ponte alle Grazie. 2006).
Se si sommano questi dati con quello anch'esso dei padri che si disinteressano dei figli, fenomeno molto diffuso negli stessi paesi, ne scaturiscono alcune domande ineludibili.
Due possono essere infatti gli atteggiamenti di fronte a quelle cifre. O si sostiene che non sono un problema perchè si tratta di grumi di cellule, ed allora nessun dialogo è possibile. Oppure, se si riconosce che l'aborto è un dramma anche per un non credente, si impone una riflessione.
Non si tratta di giudicare i casi singoli, cosa per cui non abbiamo titolo alcuno, o di criminalizzare le donne, ma di ragionare sulle cause di un fenomeno inquietante.
Si apprende, sempre dalle testimonianze contenute nel citato lavoro dell'Armeni, che per le giovani donne dell'Est, abortire equivale a un qualunque piccolo intervento chirurgico, mentre è molto diverso l'atteggiamento delle immigrate filippine, che ricorrono all'interruzione di gravidanza molto raramente e con grande sofferenza.
Non può non far riflettere il fatto che nei paesi ex comunisti la separazione fra Stato e Chiesa è un fatto compiuto, la Chiesa fu spesso ridotta al silenzio e lo Stato perfettamente laico, anzi direttamente ateo. Il cardinal Ruini non poteva imporre la sua visione "clericale" ed l'aborto fu reso libero, immediato, gratuito, garantito.
Quella quantità di aborti rappresenta l'esito di una laicità declinata come indifferenza dello stato verso i temi etici , o rifiuto aprioristico dell'esperienza religiosa. Non si tratta di cause economiche o per lo meno non solo di esse, perchè allora i tassi di aborto nelle donne filipppine non dovrebberio divergere di molto. Il problema è di tipo culturale, ed investe credenti e non. Quando la comunità abbassa la soglia di attenzione al fenomeno e tende a considerarlo un "non problema" della singola donna, è inevitabile che cambi la percezione, e l'evento da drammatico diventa banale.
Se obbiettivo comune deve essere quello di limitare al massimo gli aborti, va bene dunque la prevenzione, vanno bene i metodi contraccettivi, ma perchè negare che la RU486 avrebbe proprio quegli esiti banalizzanti, che in Russia causano l'ecatombe? E perchè tanta paura a consentire al padre di esprimersi anch'egli quando si decide della vita di un figlio anche suo?
Da che parte stanno l'ideologia e l'oscurantismo?
Sono fenomeni complessi che non sempre ammettono soluzioni soddisfacenti. Si tratta però di assumere la complessità partendo da una scelta di campo chiara (obbiettivo n. 1 , limitare al massimo l'aborto), e studiando da quì le soluzioni possibili. Altrimenti si versano lacrime di coccodrillo.
giovedì, 06 aprile 2006
di Armando Ermini
Il governo Zapatero, come conseguenza della legge che parifica il matrimonio omosessuale a quello tradizionale, ha prescritto che le ormai obosolete definizioni di padre e madre siano sostituite con quelle assai più moderne di "progenitore A e progenitore B".
Grande giubilo negli ambienti progressisti di tutta Europa per questa fondamentale conquista in tema di dirittti civili e di lotta alle discriminazioni sessuali. Pare che gli unici dubbi siano stati sorprendentemente espressi dal regista spagnolo Pedro Almodovar, forse per il timore che il suo celebre film "Tutto su mia madre", una volta ribattezzato "Tutto sul mio progenitore di tipo B" , perda appeal.
giovedì, 06 aprile 2006
di Armando Ermini
Nei furibondi duelli sulle promesse mantenute o no, su cosa e come è stato fatto nella morente legislatura, non vengono mai citate, nè dal governo nè dall'opposizione, le due leggi forse più importanti, destinate ad avere effetti nel lungo periodo sul costume e gli stili di vita degli italiani.
La legge 40 sulla fecondazione artificiale e quella sull'affido condiviso dei figli in caso di separazione o divorzio dei coniugi sono scomparse dal dibattito.
Eppure hanno avuto gestazioni lunghissime e contrastate, eppure la legge 40 è stata oggetto di ben quattro referendum popolari.
E mentre si offrono copiosi assegni per i bebè o si promettono corposi tagli alle imposte più odiose, mentre tutti fanno a gara nell'auspicare futuri governi in mano femminile (ma perchè i vari leaders non si dimettono e lasciano il posto alle mogli?), si evita accuratamente di entrare nel merito di quegli argomenti, sfruttando anche la timidezza delle domande dei giornalisti.
E' la politica, si dirà, che non può permettersi di inimicarsi parti importanti di elettorato. Può darsi, ma allora è una pessima politica, una politica ipocrita e che sa parlare solo agli interessi ed ai portafogli.
Noi pensiamo invece che temi come la vita e il modo di concepire la genitorialità, disegnino la cornice entro cui le scelte in tema di tasse, di scuola, di servizi etc. etc, assumono significati profondamente diversi, anche se tecnicamente simili.
Per questo i cittadini hanno il diritto di conoscere, di sapere come i due schieramenti si comporteranno in futuro. Non si tratta infatti solo di questioni di coscenza individuale, ma di concezioni del mondo questa volta davvero diverse e contrapposte in modo radicale, molto, molto di più dei contrasti spesso fittizi e drammatizzati ben oltre la loro reale consistenza a cui ci è stato dato assistere, personalmente con fastidio e mortificazione.
Non è accaduto, ed il sospetto è che alla fin fine non gliene freghi nulla a nessuno o che ci sia tanto opportunismo da far disperare nel caso si richiedessero posizioni chiare e definite nel futuro parlamento.
Per chi, come i Maschiselvatici, ha fatto dei temi del vivente e del padre l'asse portante del proprio pensiero e della propria, per quanto modesta, azione, è una grande delusione e disillusione verso una politica che non riesce quasi mai a volare alto.
venerdì, 31 marzo 2006
di Armando Ermini
Ci siamo già accupati sul sito www.maschiselvatici.it delle condizioni dei figli della provetta, della loro ansia di ricerca del padre naturale e del malessere di cui sono spesso affetti. Il Foglio del 27 Marzo , "Cazzo, mia madre", prende spunto dall'autobiografia di Claire Breton "Ho due mamme - Crescere in una famiglia diversa" (Sperling & Kupfer), per accennare in prima pagina ad altre storie, quelle di giovani donne nate in provetta ed allevate da coppie lesbiche. C'è in tutte un comune denominatore: il desiderio di una famiglia tradizionale, di due banali genitori maschio e femmina, padre e madre, il rifiuto di considerare la fidanzato della madre come sostituto paterno, ed un senso di grande privazione per infanzie e giovinezze cui è mancato qualcosa, nonostante Claire Breton vivesse negli ambienti chic di Parigi, dove l'omosessualità dei genitori viene vista come molto trendy, quasi un privilegio.